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M5S contro il consumo di carne, Arev e Cia a favore della carne locale

I consiglieri del Movimento 5 Stelle hanno chiesto l’iscrizione all’adunanza del Consiglio Valle del 2 e 3 ottobre di una mozione mirante a limitare il consumo di carne.

Per la precisione, vorrebbero che il Consiglio impegnasse «il presidente della Regione ad avviare, nei tempi necessari, una campagna di sensibilizzazione che coinvolga la popolazione di tutte le età, per la promozione del consumo consapevole di carne, dell’impatto ambientale derivante dalla crescita degli allevamenti e dei benefici ambientali ottenibili sostituendo una dieta basata sul consumo di carne con una più bilanciata e prevalentemente incentrata sul consumo di derivati vegetali».

Le tesi del M5S

La richiesta parte da alcune premesse e, in particolare, dal fatto che secondo la Fao il settore dell’allevamento è uno dei principali fattori di impatto ambientale globale: in tutto il mondo ogni anno sono macellati circa 56 miliardi di animali, esclusi pesci e gli altri animali marini e i processi coinvolti nell’allevamento di animali generano una produzione di gas serra equivalente al 51% delle emissioni globali prodotte dalle attività umane, ovvero una quota questa superiore a quella relativa all’intero settore dei trasporti (stradali, aerei, navali e ferroviari), responsabile del 13,5% di gas nocivi.

I consiglieri proseguono la loro argomentazione sostenendo che sono stati eseguiti alcuni calcoli, prendendo come paese di riferimento l’Olanda, e i risultati ottenuti hanno mostrato che se per un anno intero tutti i cittadini olandesi non mangiassero carne per un giorno la settimana, si otterrebbe un risparmio totale di 3,2 megatonnellate di CO2, equivalente alla circolazione di un milione di auto in meno dalle strade dell’Olanda per un anno, mentre se per un anno intero tutti i cittadini olandesi non mangiassero carne per sette giorni alla settimana si otterrebbe un risparmio totale di 22,4 megatonnellate di CO2, equivalente alle emissioni totali prodotte dal consumo domestico di gas (riscaldamento, acqua calda per bagni e docce e cottura dei pasti) dell’intera Olanda.

I consiglieri concludono affermando che il 70% della produzione globale di cereali finisce nelle mangiatoie degli animali da macello e che per ogni chilo di manzo si produce una quota che arriva fino a 60 chili di CO2 (pari a oltre 20 litri di benzina bruciati da un’automobile di media cilindrata). Inoltre vi è uno spreco d’acqua dolce significativo, dato che un terzo delle risorse idriche mondiali è utilizzato per gli allevamenti.

Infine I consiglieri Luciano Mossa e Manuela Nasso lamentano il fatto che i giovani valdostani, «pur se sensibili alle tematiche ambientali, spesso, spinti ad imitare gli stili di vita americani, che sono all’ordine del giorno nei programmi televisivi, sono dediti all’abuso di consumo di carne, lo dimostra l’elevata frequenza delle numerose “burgherie” presenti sul nostro territorio che spesso oltre ad essere utilizzate come punto di ritrovo tra i giovani sono le mete più votate per la consumazione dei pasti giornalieri. Questo, secondo gli scriventi, è dovuto soprattutto all’inconsapevolezza dei danni ambientali causati dalla sempre più in crescita produzione di animali da macello».

La risposta di Arev

L’Association régionale Éleveurs valdôtain ha risposto inviando una lettera aperta ai consiglieri regionali.

Arev controdeduce innanzitutto i dati della Fao, contrapponendo altri e più recenti studi secondo i quali i valori globali di gas a effetto serra prodotti dall’allevamento «sono compresi tra il 2-4% e il 3-8% nel Paesi occidentali. A livello nazionale, le stime indicano che il settore zootecnico incide per il 3,22% sulle emissioni italiane (come anche indicato nello studio ISPRA del 2010), ripartito per il 65% nelle regioni settentrionali, per il 9% nelle regioni centrali e per il 26% nelle regioni meridionali e insulari».

Ma l’argomentazione principale di Arev risiede nel fatto che i dati descritti sono riferiti a un modello di allevamento che non è quello praticato in Valle d’Aosta: «Il nostro comparto produttivo è rappresentato da aziende eco-compatibili, con un carico animale corretto sulle superfici gestite e soprattutto una gestione di tipo tradizionale ed un’elevata attenzione alle condizioni di benessere degli animali. In questo modo, riesce a offrire al consumatore cibo sano e piaceri gustativi autentici. Qui, infatti, con la finalità di recuperare e conservare lo spazio rurale, il sistema zootecnico di carattere intensivo non ha preso piede e nemmeno la tendenza diffusa a uniformare le tecniche di allevamento e i tipi genetici. I sistemi zootecnici tradizionali sono invece stati adeguati e conservate le razze autoctone. Oggi, la zootecnia di montagna può essere il più importante alleato per le sfide ambientali, alimentari e per lo sviluppo dell’economia reale».
Il direttore di Arev, Edy Henriet, spiega che «I sistemi estensivi tradizionali sono caratterizzati da un numero limitato di animali in rapporto alla superficie, da produzioni minori rispetto agli allevamenti intensivi sia per quanto riguarda gli animali sia per la produttività a ettaro, da un utilizzo di prati e pascoli e da un ridotto uso di combustibili fossili. Tutto ciò garantisce un uso ottimale ed efficiente delle risorse locali, in un contesto di salvaguardia agro-ambientale. Inoltre l’assenza di una concimazione chimica, prevista anche dal Programma di Sviluppo Rurale, evita problemi alla microflora del terreno e alla pedofauna, garantendo un equilibrio produttivo attraverso le restituzioni organiche».

La conclusione è che «le aziende di montagna, localizzate in aree disagiate, sono in grado di tutelare l’ecosistema poiché, oltre a fornire prodotti di qualità eccellente, sono in grado di fornire numerosi servizi ecosistemici al territorio e alla collettività, mantenendo l’elevata biodiversità presente sui pascoli alpini valdostani». Con risvolti differenziati: «l’utilizzo dei pascoli alpini consente di ottenere numerosi benefici dal punto di vista ambientale tra cui: la produzione di foraggio verde per il bestiame ad altitudini tali da essere unicamente sfruttate con il pascolo (funzione produttiva), il mantenimento della fertilità del suolo (data soprattutto dalla parte ipogea del suolo, che trattiene gli elementi minerali), il contenimento di valanghe dovuto alla presenza del cotico erboso ben gestito (funzione protettiva), mantenimento della biodiversità (funzione ecologica), il mantenimento della tradizione storica e culturale del popolo valdostano con la costruzione di edifici tipici, di muretti a secco, di terrazzamenti (funzione storico-culturale)».

Arev ritiene «sbagliato proporre la riduzione di consumi di carne ma semmai doveroso incrementare il consumo quotidiano di prodotti locali, favorendo così il mantenimento armonioso del territorio, della biodiversità e dell’ecosistema in maniera positiva. Quindi, con il consumo di cibo sano e proveniente da filiere vicine e controllate, il consumatore potrà continuare a godere di un ambiente accogliente, gradevole e nel quale migliorare la propria qualità di vita».

M5S replica: emendiamo la mozione

Il Movimento 5 Stelle ha risposto ad Arev martedì 1° ottobre 2019: «Accogliamo con rispetto le considerazioni espresse dal direttore Henriet a riguardo dei dati sull’inquinamento da allevamenti di carne pubblicati dalla FAO e quelli pubblicati su “Italian Journal of Agronomy”, senza entrare nel merito di studi scientifici tanto disparati nei risultati».

Poi i consiglieri spiegano che con la loro mozione intendevano «stigmatizzare gli allevamenti intensivi ancora ampiamente sviluppati in molte aree d’Italia e del mondo» ma che sono «ben consci che cosa diversa sono gli allevamenti bovini in Valle d’Aosta dove si favorisce la salute degli animali e il rispetto delle loro condizioni di vita, pratiche di allevamento che bene si sposano con l’idea di sostenibilità; senza dimenticare l’attività eroica dei nostri allevatori di montagna che con la loro presenza e il loro lavoro garantiscono la struttura e la stabilità dei prati e dei pascoli valdostani, contrastando in questo modo, tra l’altro, il fenomeno delle frane e degli smottamenti».

Venendo all’alimentazione, i consiglieri pentastellati affermano di essersi riferiti ai «molti giovani (ma non solo) che tendono a consumi eccessivi di carne molto spesso di qualità scadente e proveniente da allevamenti intensivi anche molto lontani dalla Valle d’Aosta, come è quella fornita da alcune burgherie». E concludono: «Siamo molto favorevoli all’attenzione dimostrata dall’AREV per un’alimentazione sana ed equilibrata, che incentivi le nostre produzioni locali con il sistema di produzione a Km 0, che è una delle nostre battaglie storiche e per questo motivo stiamo valutando di emendare l’impegno della nostra mozione in tal senso».

S’inserisce anche la Cia

 La CIA – Confederazione Italiana Agricoltori – della Valle d’Aosta, s’inserisce nel dibattito invitando «la politica nostrana a non imitare la “politica degli slogan e dei cavalli di battaglia”, creando così disinformazione ai soli fini elettorali».

Sottolinea inoltre come «certi dati generici, inerenti ad allevamenti animali, non possano essere applicati alla nostra realtà regionale. Il settore zootecnico valdostano infatti non è a carattere intensivo, anzi; l’impegno comune è quello di favorire modelli d’aziende eco-compatibili ed in sintonia con il territorio e l’ambiente in cui operano (Vedi ultimi Piani di Sviluppo Rurale)».

Pertanto il presidente, Gianni Champion, invita «chi ricopre ruoli di politica e rappresentanza a non creare falsi allarmismi che vanno a scapito di una categoria già pesantemente in difficoltà. La situazione attuale, come già espresso più volte, è tutt’altro che serena, e lo è anche a causa della classe politica stessa che, sovente, tende a perdersi in futilità, anziché prestare attenzione alle istanze denunciate dalle associazioni di categoria».

Ricorda inoltre la potenzialità del prodotto carne nella sua potenzialità, indicandone come dimostrazione il progetto Interreg “Eat Biodiversity” fra Italia e Svizzera, attualmente in corso.

Conclude ribadendo «l’importanza di questa tipologia produttiva e allo stesso tempo la sua fragilità: la carne valdostana, di ottima qualità, da sempre fa fatica a trovare spazio nei mercati in quanto non regge la concorrenza delle grandi produzioni di pianura, oltre ad essere sovente ingiustamente criminalizzata, quando invece dovrebbe essere difesa, valorizzata, maggiormente diffusa».

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