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AlpFoodWay si conclude sperando nel riconoscimento Unesco

I risultati del progetto AlpFoodWay – finanziato nell’ambito del programma Spazio alpino – sono stati presentati nel corso di una serata, svoltasi al Castello Gamba di Châtillon, giovedì 18 ottobre 2019. 

Cassiano Luminati, rappresentante del Cantone dei Grigioni, capofila del Progetto, ha detto: «è stato un progetto grande e ambizioso, che aveva 14 partner e che ha coperto le Alpi dalla Slovenia alla Francia. Si è parlato di patrimonio alimentare e tecniche di coltivazione e quaranta osservatori sono interessati ai risultati. Siamo partiti dal definire cos’è il patrimonio alimentare delle Alpi, lavorando sugli elementi che accomunano tutti territori. Ne sono emersi valori molto contemporanei, che segnano l’inizio di un nuovo percorso. È stato creato un inventario di questo patrimonio immateriale, vitale e vivente, per garantire la trasmissione intergenerazionale e l’innovazione. La messa in rete delle comunità alpine è stato un valore aggiunto. È stata anche funzionale alla candidatura all’Unesco del patrimonio alimentare alpino quale patrimonio immateriale dell’umanità. La petizione è disponibile online per la firma da parte di chiunque voglia farse sostenitore». 

Questi saperi sono proprietà intellettuali che devono essere protette e il Progetto si è anche fatto carico di fornire elementi di garanzia e tutela dalle eventuali usurpazioni di queste paternità. 

Una Carta del patrimonio immateriale alpino, disponibile online, è lo strumento di veicolazione dei contenuti e dei principi di questa attività di promozione della diversità alimentare alpina e delle sue produzioni di nicchia che sono tutela anche di un paesaggio e di un ecosistema. 

È stato prodotto anche un vision paper, per dare indicazioni ai decisori politici di tutti i livelli affinché si convincano a investire in queste attività, creando finanziamenti ma anche strumenti legislativi. 

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Il tavolo dei relatori all’evento di chiusura del progetto Alpfoodway, il 17 ottobre 2019

Maria Agostina Lavagnino, funzionario della Regione Lombardia, ha detto: «Prima del progetto AlpFoodWay, c’era stato il progetto Echi (etnografie italo-svizzere), che ha permesso di gettare le basi di un inventario del patrimonio alimentare. Uno strumento importante, online (il portale si chiama Intangible), basato sui principi  della convenzione Unesco ai fini della salvaguardia. Sono state coinvolte molte comunità territoriali, che sono state la fonte delle conoscenze documentate sotto ogni forma possibile: su schede, ma anche con fotografie e video. Le parole chiave sono partecipazione, trasmissione, salvaguardia e valorizzazione».

Laura Saudin, del Bureau régional pour l’Ethnologie et la Linguistique ha spiegato cosa è stato fatto, in Valle d’Aosta, nell’ambito del progetto: «Abbiamo partecipato all’implementazione dell’inventario con 15 elementi del patrimonio immateriale. Sono stati sperimentati strumenti innovativi e replicabili per valorizzare il patrimonio dal punto di vista economico e turistico. E sono state organizzate due manifestazioni di promozione della filiera cerealicola e della produzione lattiero-casearia ovicaprina. Ne è nato il format di un evento, a disposizione di chiunque volesse replicarlo. È stata condotta un’indagine volta a identificare qual è il contributo dei prodotti tipici nella promozione turistica sui social media, attraverso gli hashtag. Sono stati creati nuovi piatti con i prodotti oggetto di indagine. Il patrimonio è stato infine promosso in occasione di 15 sagre enogastronomiche».

Diego Rinallo, esperto di marketing della Kedge business school di Marsiglia, ha illustrato le buone pratiche identificate grazie al progetto: «È stata un’esperienza umanamente forte, quella che ho vissuto con questi tre anni di progetto, perché ho scoperto una sostanza che merita di essere maggiormente promossa e valorizzata. Sono stati analizzati 114 casi di prodotti, esperienze, marche territoriali, ristoranti e chef, distributori, festival e fiere; sono stati approfonditi 20 casi emblematici ed è stata condotta un’analisi quali-quantitativa su TripAdvisor e Instagram». Ha proseguito sostenendo che «valorizzare vuol dire far spiccare le differenze tra i prodotti e il loro legame con il territorio. Quindi bisogna educare i gusti dei consumatori e bisogna narrare le storie che ci sono dietro ai prodotti. I consumatori sono a volte superficiali e non vanno al di là delle apparenze. Le differenze devono essere spiegate ed è dunque fondamentale investire nella comunicazione. Valorizzare le differenze significa offrire opportunità ai prodotti di veder riconosciuto il loro giusto valore economico».

Luigi Bertschy, assessore agli Affari europei della Regione autonoma Valle d’Aosta, ha ribadito l’importanza dei fondi comunitari «nel momento in cui obbligano un’ente ad andare oltre le proprie visioni locali per confrontarsi con situazioni diverse e per accettare sfide stimolanti. In questa fase di progettazione della nuova programmazione, dovrà essere posta attenzione affinché queste risorse possano essere sfruttate al meglio, per.portare i migliori benefici. Non bisogna comunque mai dimenticare che il nostro è un territorio fragile, a rischio idrogeologico e di spopolamento. La politica deve dunque avere una visione per il futuro».

Cristina De la Pierre, Sovrintendente per i Beni e alle attività culturali della Regione autonoma Valle d’Aosta ha affermato: «patrimonio materiale e immateriale costituiscono l’identità di una comunità. La conoscenza permette di comprendere i significati da tutelare e riutilizzare con un profondo rispetto, che non li caricaturizzi». 

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