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È morto Liberato Salvati

È deceduto, giovedì 9 aprile 2020, nella Casa di Riposo Père Laurent di Aosta, dove era ospite da alcuni mesi, l’alpino  Liberato Salvati, 99 anni,  il decano degli Alpini valdostani.

Pochi giorni prima era stato sottoposto al tampone per il coronavirus ed era risultato positivo, anche se asintomatico.

Era il più anziano tra i soci del Gruppo Aosta e la sua figura era diventata, da anni , una presenza preziosa in Sede, dove, sino a pochi mesi fa, si recava ogni giorno, guidando la sua autovettura, per bere un caffè, sempre senza zucchero – e per leggere il giornale – sempre senza occhiali. Era orgoglioso delle sue decorazioni e delle sue medaglie e, di recente, aveva contribuito personalmente alla realizzazione di un monumento ai Caduti nel suo paese natale, sostenendo le spese della sua costruzione.

Nato a Cassano Caudino (Avellino) il 19 febbraio 1921, è stato congedato con il grado di  Sergente Maggiore Alpino, 41a Compagnia Battaglione Aosta, Divisione Taurinense, Maresciallo Maggiore  e Artificiere Capo di carriera.

Il primo aprile 1940, aveva lasciato lascia la sua terra ed era venuto in Valle d’Aosta per partecipare al Corso allievi sottufficiali della Scuola Militare Alpina.

Ai primi di giugno, aggregato al battaglione Val Baltea, era stato destinato alle operazioni di guerra  ai 2.500 metri del  Col de la Seigne. Poi  è entrato come effettivo nella 41a del Battaglione Aosta, la compagnia dei “Lupi”, comandata dal capitano Giuseppe Bellinvia (diventato poi Generale) e, nel gennaio del 1942 era stato destinato in Montenegro dove gli era stato affidato il comando di una squadra esploratori.

Di quegli anni di guerra sulle colline di Càttaro (cittadina del Montenegro) ancor oggi ricorda come «quando andavamo a requisire il pane e le patate  nei villaggi, provavamo una strana sensazione, mista di diritto, di rabbia, di vendetta e di vergogna! Non si può raccontare tutto quello che succede in guerra, solo chi l’ha vissuta potrebbe capirci».

Erano seguite le vicissitudini della guerra: battaglie, sofferenze, tanti amici morti.

Alla fine del conflitto, era inizia il calvario per il rientro in Patria: viaggi interminabili sui treni.

Ricorda sempre Salvati, nelle sue memorie: «Il treno dove ero salito con i miei uomini aveva un centinaio di vagoni, con tre locomotori a legna, uno in testa, uno in coda e uno a metà convoglio. Un giorno si fermò per fare legna da ardere ma noi non avevamo più niente da mangiare e così rapinammo i campi di patate, di grano turco, i magazzini delle fattorie, pollai, orti.  Nei vagoni facevamo fuoco e cucinavamo le nostre razzie. Arrivati a Zagabria, ci fermarono e un ufficiale ci disse: “Sappiamo che avete fame, però adesso chi paga i danni che avete arrecato ai campi di patate, di grano, alle fattorie?”. Qualcuno gridò: “pagano le nostre autorità italiane”.  L’ufficiale replicò: “In Italia non c’è più nessuna autorità!”.  Io cercavo di calmare gli animi. All’alba, dopo alcuni giorni, arrivò di nuovo l’ufficiale  con altri otto e ci disse: “Vi lasciamo partire  perché il Presidente degli Stati Uniti, Truman, ha detto che i vostri danni li paga lui”. La notte stessa arrivammo a Trieste. Eravamo ridotti come dei barboni, sfiniti , esausti. Io sono tornato a Cassano Caudino, erano due anni che non sapevo niente della mia famiglia, e di cosa fosse successo in Italia. A duecento metri da casa  ho incontrato un ragazzino: “Ciao giovanotto, conosci la famiglia Salvati?”. “S, i Salvati li conosco: abitano là in fondo”. “Puoi andare ad avvisarli che il figlio è qui, sta tornando dalla guerra?”.   La prima persona che mi venne incontro è stata la mia mamma Angela”».

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