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I cuochi chiedono regole certe per la ripresa

L’Unione regionale Cuochi della Valle d’Aosta ha messo in evidenza le gravi disfunzioni che lo stato d’allarme nel paese sta provocando su tutto il settore della ristorazione.

In questi due mesi abbondanti abbiamo ascoltato purtroppo il grido di dolore e di difficoltà emerso nel nostro territorio – scrive in una nota -. Auspichiamo che la riapertura avvenga in modo concreto e soprattutto responsabile. Molti dei nostri associati ci pongono quesiti relativi ad alcune responsabilità: in particolare quelle penali, sulla gestione corretta del personale al rientro al lavoro e sulla gestione corretta del cliente che molti sperano, possa ritornare».

Chiede siano prese in considerazione alcune attenzioni:

  • Lavoratori stagionali: non avranno probabilmente assunzione oppure si sono trovati con una stagione invernale conclusa in anticipo e la stagione estiva che in alcune zone partirà in ritardo. Il settore registrava un aumento del 40% delle unità e quest’anno, a causa delle perdite già maturate, probabilmente non si avrà.
  • Imprenditori e Datori di lavoro: mettiamoli in condizione di avere regole chiare ed esaustive per evitare possibili sanzioni amministrative e/o penali che potrebbero ulteriormente danneggiare economicamente la loro azienda.
  • Banchettistica: eventi, ricorrenze private e iniziative di ogni genere sono state cancellate con un crollo radicale dell’80% del fatturato di imprese ristorative e catering per i prossimi mesi. Che prospettive ci saranno? Come faranno queste imprese a rimaner in vita?
  • Le piccole realtà: sono spesso messaggere di territorio, perché valorizzano le eccellenze valdostane, ma essendo cosi piccole faranno fatica ad adeguarsi in termini di coperti e clientela per garantire una convenienza economica anche nella riapertura.
  • Lavorare sulla ripartenza: molti associati lavorano su come riavviare l’attività, eventualmente anche con quelle forme di asporto e delivery, che andranno però ben valutate, affinché possano risultare convenienti e non dispendiose.
  • Evitare speculazioni: vorremmo evitare che i nostri associati, dopo due mesi di annullamento del fatturato, dovessero metter mano al portafoglio per adeguamenti di cui attualmente non esistono ancora delle linee guida chiare e responsabili (dispositivi DPI, corsi di formazione a pagamento, adeguamento del Documento di Valutazione dei Rischi, ecc.)
  • Non reinventiamoci, ma siamo più sensibili: chi lavora in cucina è già attento alle procedure, quindi basterebbero delle linee guida semplici che mirino sull’attenzione su alcune modalità di lavoro che richiedono un minimo di scrupolo maggiore. Chi è professionista lavora in una cucina che spesso sembra un laboratorio di analisi in termini di pulizia e di sanificazione.
  • Lavorare con trasparenza: coinvolgere e comunicare al cliente, far capire che il cuoco è sempre stato attento all’igiene. La mascherina serve per un distanziamento inferiore al metro in cucina, pur essendo sicuramente scomoda perché i nostri volontari che operano sul campo la utilizzano, e comunque lavorare in cucina, con un cuoci pasta, con una friggitrice, con un forno a vapore, risulta alquanto scomodo. Se serve è nostra responsabilità averla.
  • Lavorare nella tipicità del territorio: è nostro intento costruire un piccolo corso di formazione per far sì che i nostri professionisti sappiano bene cosa sia un prodotto agroalimentare, cosa sia una DOP, un PAT e abbiano ben chiaro il concetto di qualità dei prodotti alimentari. Dobbiamo esser consapevoli di essere i primi messaggeri di questi concetti e per farlo dobbiamo esser sicuri di comunicare con i clienti/consumatori in modo chiaro ed esaustivo.

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